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Il pensiero dell'UCIIM sulla riforma

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Sotto una dittatura è facile riformare la scuola, o meglio non si sente neppure il bisogno di riformarla. Per fortuna non siamo in queste condizioni oggi. Ma è una fortuna che si paga cara, in termini di incertezza e di fatica relazionale. Abbiamo avuto i governi centristi e quelli di centro sinistra. Siamo riusciti ad istituire la media unica e la materna,abbiamo riformato la scuola elementare, ma per la secondaria superiore non si andato molto oltre le sperimentazioni, le commissioni, i disegni di legge parzialmente approvati.

E’ arrivato l’Ulivo, che ha introdotto l’autonomia e una serie di provvedimenti ad essa collegati, ma si è fermato in sede di attuazione della legge 30, relativa al cosiddetto “riordino dei cicli scolastici”. Il nuovo ministro Letizia Moratti ha sostenuto alle Camere che: “La stessa sospensione dell’avvio della riforma dei cicli non è stata da noi voluta per bloccare il processo riformatore. Al contrario, proprio da questo primo atto abbiamo voluto dimostrare che le riforme si devono fare coinvolgendo gli attori principali del processo, e, quindi, famiglie, insegnanti e studenti”. E una nobile aspirazione che abbiamo raccolto e che ci permettiamo di ricordare al Ministro, nel momento in cui dai sogni, dai propositi, dagli ampi dibattiti degli “stati generali” passa ai disegni di legge.

La prima cosa ovvia da ricordare è che ministri e parlamenti non possono sentire tutti, né accontentare tutti. Soprattutto se il progetto riformatore è “ispirato dalla convinzione che l’istruzione italiana necessita d’interventi rapidi e precisi”, come disse la Moratti nella stessa occasione.

Si tratta di trovare una strada intermedia fra l’ascoltare tutti e il non ascoltare nessuno, fra il dissimulare i dissensi e il lasciarsene paralizzare, fra il puntare sul­l’autosufficienza delle maggioranze o fare il possibile per promuovere larghi consensi. 

Fra le voci che si sono levate negli “Stati generali” c’è quella dell’UCIIM, allora fatta udire dal presidente, ora dal Consiglio nazionale. Non entra nel merito di tutte le questioni, ma vuole assumere un respiro non contingente, senza restare nel cielo dei principi che non s’incarnano mai. Distingue fra principi, proposte e mediazioni, e sa che le decisioni politiche non sono democraticamente corrette se non sono frutto di confronto con diverse istanze, fra cui quelle professionali.

Non esiste scienza dell’educazione che possa affermare in modo incontrovertibile che è bene mandare una leva di bambini di 5 anni e mezzo o di 5 anni alla scuola primaria piuttosto che alla scuola dell’infanzia. Ci sono congetture, argomenti, più o meno suffragati dalla ricerca empirica, a favore o contro questa ipotesi, e ci sono orientamenti e convinzioni, che si reggono su scuole di pensiero, abitudini, esperienze, interessi consolidati.

Il  problema però è stato più volte posto e altrettante è stato accantonato, perché la scuola materna italiana, col suo lento affrancarsi da un lato dall’asilo e dall’altro da precoci imitazioni della scuola elementare, con la sua tardiva ma seria legge istitutiva del 1968 e con i suoi nuovi orientamenti del 1991, è la scuola più gradita e meglio riuscita del nostro panorama istituzionale. Non è obbligatorio frequentarla. È offerta dallo stato, dagli enti locali, da altri soggetti pubblici e privati. Il periodo 3-6 anni è dotato di una grande ricchezza psicologica e le sue educatrici sono per lo più dotate di cultura professionale e di freschezza di idee e di atteggiamenti. Sicché non è parso opportuno toccare questa struttura e impegnare i bambini di 5 anni ad una scolarizzazione che i più, sulla base di un’esperienza pluriennale, ritengono troppo precoce.

Il  problema si è riproposto di fronte alla scelta di far concludere il ciclo della scolarità pre-universitaria a 18 anni invece che a 19. Se questa scelta è motivata, e io credo che lo sia, occorre ridisegnare l’intero percorso 3-18 anni. È comprensibile allora che ci si chieda di nuovo se scolarizzare i bambini di 5 anni sia un delitto pedagogico o sia cosa possibile, opportuna, utile. Io escluderei l’ipotesi del delitto. Sarebbe far torto alla Montessori,e a tutta una scuola di sostenitori della possibilità di anticipare senza forzature e senza precocismi.

Questo  perché lo sviluppo psicologico, soprattutto intellettuale dei bambini di oggi sembra in complesso in grado di affrontare compiti che tradizionalmente appartengono alla scuola elementare. Si potrebbe rendere obbligatorio l’ultimo anno della scuola dell’infanzia o anticipare l’iscrizione dei bambini nella scuola primaria. E’ vero che non tutti i bambini sono uguali, che non tutte le scuole dell’infanzia e le scuole primarie sono uguali.

Chi fa politicamente una scelta simile deve sapere che questa innovazione non è indolore e deve farsi carico di scelte che riducano al minimo i disagi, le incongruenze, le insufficienze di tipo ambientale, spaziale, personale, metodologico che l’operazione comporta. Nel primo caso occorre preparare o le educatrici d’infanzia ad affrontare il problema dell’accoglienza di tutti i bambini della leva dei 5 anni, accelerando taluni apprendimenti, nel secondo caso aiutare le insegnanti della scuola primaria ad accogliere senza traumi e con metodologie ancora ludiformi i bambini di 5 anni e mezzo.

L’alternativa è una scuola secondaria superiore di 4 anni. Non sarebbe uno scandalo  questo proposito, ma il taglio comporterebbe serie difficoltà in una scuola che nel confronto internazionale non ha dato risultati brillanti e per riformare la quale si sono dedicati anni d’impegno in commissioni ministeriali e in sperimentazioni che si reggevano sul quinquennio (2+3). Si dice in questo caso che la coperta si è fatta corta e che non copre più il periodo 3-19 anni, ma il periodo 3-18. Qualunque scelta si faccia, occorre mettere in conto alcuni disagi e mettersi dalla parte di tutti i “cittadini” della scuola, che utilizzano nel tempo tutte le strutture messe a loro disposizione.

Il Consiglio nazionale dell’UCIIM, affiontata l’ampia problematica della riforma della scuola presente nel rapporto Bertagna, i resoconti del dibattito sugli “stati generali dell’istruzione” e il recentissimo disegno di legge Moratti, presentato al Governo e da questo rinviato per un successivo approfondimento,formula alcuni criteri di ordine generale e avanza alcune proposte, nella convinzione di poter dare un contributo utile a questa fase di elaborazione della norma. 

L’UCIIM si riconosce nei seguenti principi, in parte già recepiti dall’ordinamento: 

1) finalizzazione del “sistema educativo d’istruzione e di formazione alla crescita e alla valorizzazione della persona umana, nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle differenze e dell’identità di ciascuno, nel quadro della cooperazione fra scuola e genitori e nel rispetto delle scelte educative della famiglia, in coerenza col principio di autonomia delle istituzioni scolastiche e secondo i principi sanciti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”; 

2)     riconoscimento del valore educativo, istruttivo e formativo di ogni scuola, statale o paritaria, da intendersi come “comunità di dialogo di ricerca, di esperienza sociale, informata ai valori democratici e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni : una comunità che, “interagendo con la più ampia comunità civile e sociale di cui é parte, fonda il suo progetto e la sua azione educativa sulla qualità delle relazioni insegnante-studente” (dpr 249/1998).

3) aggancio dei curricoli ai valori costituzionali della persona, del cittadino e del lavoratore, in quanto dimensioni indissociabili dell’individuo umano, da svilupparsi, pur con diversa misura: a) in ogni tipo di scuola e di struttura formativa, nelle relazioni, nelle discipline e nelle diverse attività programmate, b) in ogni fase dell’età evolutiva, con impegno ad orientare, a rimuovere gli ostacoli alla crescita, alla libertà di scelta e all’esercizio dei relativi obblighi;

 4)     identificazione del successo formativo, cui é finalizzata l’autonomia scolastica, non solo nei risultati e nelle relative competenze, ma anche nella qualità di un percorso caratterizzato dalla dialettica educativa, vissuta nel rapporto d’insegnamento-apprendimento: rapporto aperto a contributi esterni e teso sia all’acquisizione delle conoscenze previste dai piani di studio, sia all’interiorizzazione di quei valori, di quei diritti e di quei doveri che sono necessari per l’accesso ad una cittadinanza a più dimensioni, responsabile e gratificante; 

5)     valorizzazione dell’autonomia didattica e di ricerca e sviluppo delle singole scuole e della loro collocazione regionale e locale, entro un quadro essenziale di finalità, obiettivi e contenuti di apprendimento, supporti e verifiche di carattere nazionale, in prospettiva europea e mondiale

 6)     concezione del docente come professionista dell’educazione scolastica, esperto disciplinare, partecipe della vita comunitaria della scuola, corresponsabile della qualità delle relazioni e degli apprendimenti, in sede di programmazione, di conduzione e di valutazione delle diverse attività;

 7)     concezione del dirigente come professionista del governo dell’istituzione, regista dell’impresa educativa, promotore e garante delle libertà e delle responsabilità, dei diritti e dei doveri, della qualità dei processi formativi e della collaborazione delle risorse culturali, professionali, sociali ed economiche del territorio. 

8) riconoscimento del valore formativo e della pari dignità della formazione professionale, affidata dalla legge alla regioni e dell’alternanza scuola lavoro, con la previsione di passaggi dal percorso scolastico a quello della formazione professionale e viceversa. 

Questi principi, ripensati nell' attuale contesto storico-culturale, occorre ispirare un processo riformatore che parta con una prima identificazione dei tratti essenziali di un nuovo ordinamento, da perfezionarsi nel corso degli anni, in rapporto alle esigenze e ai risultati che via via si raggiungeranno.

 La scelta, già compiuta dalla legge 30, di far precedere gli schemi ordinamentali alla delineazione dei curricoli comporta tensioni che vanno chiarite in sede scientifica e professionale e risolte in sede politica, superando il metodo dei veti incrociati, emessi talora sulla base di interpretazioni ideologiche e di pregiudizi. 

L’UCIIM, pur sostenendo fin dagli anni ‘60 la necessità di procedere alla riforma della secondaria superiore, nell’ambito del precedente ordinamento, non si sottrasse al compito di ripensare l’intero sistema scolastico 3-18 anni, suggerendo diverse formule e alla fine accettando, pur con disagio, lo schema 7+5 della legge 30/2000. Il Rapporto finale del gruppo Bertagna ha superato questo schema, proponendo un 5+3+4, che restituisce gli 8 anni alla scuola di base, ma che procura una compressione assai discutibile nella secondaria superiore. 

Il disegno di legge Moratti ripropone lo schema 5+3+5, anticipando di qualche mese l’ingresso dei bambini nella scuola primaria (con analogo anticipo nell’ingresso nella materna), per consentire la conclusione del percorso a 18 anni. 

L’UCIIM concorda nel garantire una scolarizzazione della durata di 13 anni, articolata in gradi di scuola di 5 + 3 + 5 anni. Ciò pone il problema dell’anticipo dell’obbligo scolastico di alcuni mesi e in prospettiva di un anno. Neanche questa soluzione è priva di inconvenienti, per ragioni psicologiche, pedagogiche, logistiche, economiche, di cui occorre farsi carico. 

L’UCIJM, in riferimento a ciò che più direttamente risponde alla propria esperienza, ritiene che i 5 anni di secondaria superiore consentono uno sviluppo del processo formativo degli adolescenti più organico e armonico del percorso quadriennale.

Relativamente al monte ore d’impegno scolastico, ritiene che occorra trovare una misura che eviti sia il sovraccarico sia la deprivazione di tempi e di contenuti utili alla crescita culturale e professionale dei giovani; e ritiene che i piani di studio non debbano essere tanto differenziati e indipendenti da rendere impossibili interazioni e passaggi fra diversi percorsi nella scuola secondaria e fra scuola e formazione professionale. Nell’ambito del monte ore comune vanno pensati indirizzi e percorsi opzionali, cui si posso­no aggiungere proposte facoltative per i giovani.

Si riconferma il valore dell’esame di stato, purché condotto con formule che garantiscano la serietà e l’utilità dell’impegno richiesto a studenti e docenti.Si richiama l’urgenza di adeguare alla nuova normativa universitaria le conquiste fatte dalla legge 341/1990, relativa alla formazione universitaria di tutti i docenti, attraverso specifiche lauree per l’insegnamento. Per quanto riguarda la formazione in servizio dei docenti, occorre che la riforma sia accompagnata da iniziative e investimenti adeguati.

Luciano Corradini

(Presidente nazionale dell’Uciim)